‘Odio la Premier League’: breve storia del Fc United of Manchester

fc united working class

Manchester United: sicuramente una delle squadre di calcio più forti degli ultimi venti anni, tra le più conosciute soprattutto per chi ha vissuto il calcio degli anni ’90. Facile immaginare l’entusiasmo dei tifosi storici dello United, che hanno visto la squadra tornare ai vertici dopo un periodo grigio durato quasi vent’anni.

Eppure molti rossoneri, proprio quando per la squadra sembravano aprirsi le porte del paradiso calcistico eterno, con l’ingresso in società dei miliardari americani Glazer nel 2005, hanno deciso di abbandonare tutto per tornare alle origini: quelle, lontanissime, in cui lo United si chiamava Newton Heath FC e vestiva maglie gialloverdi.

Nato nel 1878, il Newton Heath era la squadra dei lavoratori della Lancashire and Yorkshire Railway; nel 1892 il primo campionato in First Division, e dieci anni dopo la liquidazione del NHFC, che dava vita al Manchester United Football Club.

Il MUFC vinceva quindi il suo primo titolo nel 1908, bissando il successo tre anni dopo ma finendo ben presto nell’anonimato fino alla fine degli anni ’40, quando i Busby Babes (così chiamati dal nome dell’Alex Ferguson dell’epoca, Matt Busby) vinsero la FA Cup e sfiorarono per ben tre anni di seguito la conquista del titolo, che arrivò nel ’52 e di nuovo nel ’56 e ’57, diventando tra l’altro la prima squadra inglese a partecipare alla Coppa Campioni.

Momento di gloria interrotto, però, dal tragico incidente di Monaco di Baviera del 6 febbraio ’58 che si portò via praticamente l’intera squadra, ad eccezione della stella Bobby Charlton e dello stesso Busby. I due saranno protagonisti della seconda epoca d’oro dello United, quella in cui George Best dimostrò di essere il miglior calciatore di sempre, e che finì quando lo stesso Best decise di voler diventare, invece, il più grande bevitore della storia. Dal 1969 al 1986, diciassette anni di mediocrità, fino all’avvento di Sir Alex Ferguson, fresco di treble con l’Aberdeen (Coppa di Scozia, Coppa delle Coppe con il 2-1 sul Real Madrid, e Supercoppa Europea a spese dell’Amburgo). Il resto è storia recente, in cui lo United diventa la squadra da battere in Inghilterra e in Europa. Chi va nell’anonimato, invece, è il Liverpool, fino a quel momento padrone quasi incontrastato del football britannico e che, invece, con l’avvento della Premier League non vincerà più un campionato.

Lo United si dimostra squadra solida e costante, e soprattutto un marchio prezioso per un merchandising che inizia a fruttare miliardi, specie con l’insediamento nei mercati asiatici e americani. Rupert Murdoch nel 1998 prova a mettere le mani sul club senza successo; ci riescono, invece, i Glazer, famiglia miliardaria americana che nel 2005 diventa proprietaria dello United.

Tutto bene, si potrebbe pensare, piove sempre sul bagnato. Ma i tifosi, quelli storici, non ci stanno.

“La mia insoddisfazione non era solo per il Manchester United, era per tutta la Premier League in Sé: Sky, Abramovich”, dice Ian Moss, tifoso, intervistato nel documentario “Punk football”. “In ogni stadio venivamo insultati, e ho iniziato a pensare che forse alcuni insulti erano giustificati: eravamo diventati una specie di mostro gonfio e avido, capace di spazzare via tutto il resto”.

Un malcontento che monta anche per l’aumento spropositato dei prezzi dei biglietti: “sembrava di pagare di più per avere sempre di meno”, dice Pete Crowther, autore di ‘Our Club Our Rules’. “Non c’era più l’atmosfera che si respirava negli anni ’70 e ’80, e anche nei ’90”, chiosa Mark Gibson, “non c’era niente per cui valesse la pena andare allo stadio: le leggi sulla sicurezza e sul benessere degli spettatori avevano ucciso l’atmosfera”. Steve Evets, attore e tifoso, ricorda quando i tifosi dello United vennero definiti, con un’espressione erroneamente attribuita a Roy Keane, che pure sarebbe proprio il tipo da frase del genere, la ‘brigata gamberetto’, come spettatori imborghesiti: “i prezzi erano veramente troppo alti rispetto a quello che la classe operaia poteva permettersi, e noi eravamo precipitati nella recessione per colpa di banchieri avidi e avidi ciarlatani del calcio, che guadagnano in una settimana quello che molti di noi guadagnano in una vita”. Sentirsi parte di un mondo in cui Rooney guadagna 9 milioni di sterline a settimana inizia a creare disagio: “è stato come svegliarsi all’improvviso nella notte e chiedersi: come ho fatto a stare dentro tutto questo per ogni giornata di campionato degli ultimi dieci anni?”.

Il takeover dei Glazer è la goccia che fa traboccare il vaso: la squadra entra a far parte di un progetto economico e finanziario che lascia i veri tifosi in disparte e col calcio ha sempre meno a che fare. Neanche la pay tv viene risparmiata dalle critiche: “Sky ha portato una montagna di soldi, arrivando a dettare le regole del gioco, ma il loro successo è dovuto solo a noi tifosi: cambiare la realtà è solo una questione di volontà”. La pay tv è anche accusata di aver cambiato la socialità: “centinaia di pub chiudono, cosa vogliono che facciamo, stare a casa a guardare centinaia di canali di merda televotando col cellulare?” dice ancora Evets, “stanno distruggendo intere comunità sociali, tutto lo spirito di un Paese”. Mentre altri evidenziano che “un tempo, parte dei guadagni per i trasferimenti doveva finanziare le scuole calcio per bambini; oggi noi genitori dobbiamo raccogliere le bottiglie rotte e le siringhe e sistemare il campo prima di ogni partita dei nostri figli”.

La rabbia dei tifosi si trasforma, finalmente, in azione: in un ristorante indiano di Rusholme inizia a prendere forma l’idea di “fare qualcosa come tifosi dello United”. Fondare una nuova squadra era ancora considerata “l’ultima delle possibilità”, ma per alcuni, come Crowther, “era l’idea più eccitante: creare una squadra a nostra immagine e somiglianza di tifosi, invece di accettare passivamente il modello proposto da altri”.

Duemila persone si presentano all’appello al teatro Apollo di Manchester: più di 900 scrivono il loro nome accanto a quello della squadra. Nasce così il Football Club United of Manchester, squadra di proprietà dei tifosi: chi acquista una quota ha diritto di voto su tutte le scelte, dal prezzo dei biglietti alla maglia (ancora rossa e nera) e tutte le altre strategie del club.

Ai provini per i calciatori partecipano centinaia di aspiranti, appassionati dall’idea del club dei tifosi o anche semplicemente attratti dalla possibilità di giocare in un club piccolo, ma con un risalto potenzialmente di livello nazionale e non solo. Si sceglie la rosa e l’allenatore, Karl Margisson, alla sua prima esperienza, e parte il primo campionato di North West Conference, nove serie sotto la Premier League, con lo stadio del Bury a fare da campo di casa in attesa dello stadio di proprietà. Tre promozioni di fila in tre stagioni fino alla Northern Premier League, una sorta di Eccellenza dove il FCUM si trova da sette anni, pur avendo sfiorato la promozione nelle ultime tre stagioni perdendo nella finale play off.

Ma il relativo stallo calcistico non scoraggia i tifosi-soci: se la qualità non è quella della Premier ma l’impegno dei giocatori è “impressionante”, e si tratta di ragazzi che in settimana lavorano e che giocano per passione. “Il divertimento nasce anche dai rapporti interpersonali, dirigenza, squadra e tifosi si incontrano tutti nello stesso pub”, racconta mister Margisson. “Non siamo ‘contro’ il calcio moderno, NOI siamo il calcio moderno: dalla gente per la gente”, spiegano i tifosi. “E’ un calcio punk”.

E infatti, attorno alla squadra si è creato un mondo fatto di artisti indipendenti di ogni tipo, contribuendo a creare una comunità di persone che sta andando sempre più al di là del calcio. “L’FC United è questo, la passione, lo spirito di aggregazione sono reali ed è importante che il progetto sia questo. L’opposto del miliardario di turno che vuole solo spalmare i suoi debiti in giro, a cui il calcio non interessa, lo vede solo come un nome su un pezzo di carta”, dice ancora Evets. Tra i punti fermi del progetto FCUM, nessun ‘big sponsor’: “abbiamo scelto di percorrere la strada più lunga, ma senza rinunciare ai nostri ideali”. E lo stadio sarà costruito con i soldi dei tifosi.

Il documentario si conclude con la cronaca dell’ennesima finale play off, persa per 2 a 1 con l’Hednesford Town, e i tifosi che scendono in campo per stringere la mano alla squadra, applaudono e continuano a cantare. Perché “ogni volta che lo United scende in campo manda a fare in culo il calcio moderno”: e con questa filosofia, il risultato non conta, “sarà sempre un’altra grande stagione”.

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